I MULTIPLI D’ARTE…
Scopri cosa sono e quanto possono valere…
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Ma quando l’arte è diventata veramente accessibile?
Oggi l’arte è accessibile a tutti ed è facile reperire le informazioni. Non voglio parlare degli aspetti economici, ma voglio parlare di come sia facile avere informazioni relative al mondo dell’arte, di come sia facile andare in internet, guardare la televisione o ancora un documentario, ascoltare la radio o leggere una rivista che parli di arte o che parli degli eventi. Tutte queste informazioni le diamo oggi per scontate ma non è sempre stato così, assolutamente.
L’arte era per pochi, per una cerchia ristretta di intellettuali e di eletti, e quindi non tutti potevano accedere a queste informazioni. L’accessibilità dell’arte nasce dalla possibilità di reperire informazioni in maniera facile e veloce.
Prima, per avere informazioni su un artista o su un’opera d’arte e anche sulla sua valutazione, dovevi essere abbastanza ricco, perché dovevi poterti permettere i cosiddetti “almanacchi”, questi documenti, questi libroni nei quali venivano annotati tutti i passaggi in asta, le vendite di un’opera d’arte e il percorso che faceva l’artista. Questo poneva ovviamente il gallerista e il venditore d’arte o il mercante d’arte in una posizione privilegiata, perché era lui il portatore di informazioni e di interesse: gli acquirenti dei galleristi e dei mercanti andavano da loro ovviamente per avere tutte le informazioni, per capire cosa succedeva. Questo era un gran potere per il gallerista, il quale poteva raccontare il bello, i brutto e il cattivo tempo, ivi compreso dare informazioni non prettamente vere. Però era lui l’esperto ed era da lui che dovevamo andare.
Poi è arrivata la televisione, e con la televisione sono arrivati i vari Telemarket e tutte le trasmissioni che vendevano opere d’arte. Tutti gli appassionati d’arte sono riusciti ad avere in un unico istante una mole di informazioni che prima erano esclusive e riservate a chi frequentava le gallerie. Ti ritrovi a casa a sapere quanto costa un quadro e ti viene raccontato in maniera diretta e senza filtri, e soprattutto, tu non sei giudicato da nessuno: chiunque poteva acquistare quell’opera, senza avere il problema di essere giudicato per la sua conoscenza o meno del mondo dell’arte. Questa è stata una delle più grandi trasformazioni del mercato, la seconda è arrivata con Internet.
Addirittura qua sei tu che decidi quali informazioni vuoi vedere su chi, come e quando, in qualsiasi momento e in qualsiasi natura. Il mercato è diventato veramente globale perché i collezionisti possono sapere e conoscere, possono studiare i propri artisti, possono vedere quanto vale l’opera e dove è stata venduta, a chi e come. Hai una grande opportunità che altri in passato non hanno potuto avere. Questo rende l’arte veramente accessibile.
Accedi anche tu al mondo dell’arte. Cosa aspetti, documentati, informati e goditi l’arte.
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Sono il “primo sostenitore” dell’arte e degli artisti, fondatore della startup dell’arte Art Backers e di Art Rights, l’unico “passaporto” per le opere d’arte basato su tecnologia Blockchain, a tutela di artisti, gallerie, musei e collezionisti.
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Il momento dello Studio Visit rappresenta per gli artisti l’occasione per raccontare la propria ricerca artistica all’interno del proprio atelier. Bisogna fare attenzione a non commettere alcuni errori e rischiare di perdere interessanti opportunità…
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Quando acquistiamo un’opera d’arte, quali sono i documenti da controllare?
Ti sei innamorato di un’opera d’arte e non vedi l’ora di portarla a casa?
Forse è meglio che controlli anche la documentazione, perché il rischio di falso è dietro l’angolo.
Sai che il Fine Arts Institute di Ginevra ha dichiarato che oltre il 50% di opere d’arte immesse nel mercato sono false o di errata attribuzione?
Sei ancora sicuro di voler comprare quell’opera? Certo che si! Basta verificare e stare attenti ad alcun passaggi. In questo momento diamo per scontata la buona fede di chi sta vendendo l’opera, sia esso un privato, un collezionista un gallerista. Ma ci concentriamo solo sulla documentazione che dovrebbe accompagnare l’opera d’arte.
Nonostante la buona fede, è importante verificare la provenienza dell’opera e quindi fare qualche controllo su chi ce la sta vendendo. Se è un’artista, che percorso ha fatto, dove ha esposto, controllare i suoi siti o avere maggiori informazioni su quello che fa. Se è un privato, capire chi è, cosa fa, perché ha quell’opera e soprattutto dove l’ha presa. Se invece è una galleria, potete verificare da quanto fa quel mestiere, da quanto è presente in quella zona, che cosa fa. Ovviamente tutto questo varia in base al valore dell’opera, se vale la pena, o meno, farlo.
Subito dopo guardiamo i documenti fisici, quindi certificato di autenticità o tutta la documentazione che può rappresentarci lo storico dell’opera: dove è stata comprata prima, da chi, come e perché. Quindi controlliamo che certificato ci stanno dando. Laddove fosse uno di una galleria, vediamo se esiste la galleria, dove è, fino al caso anche di contattarla. Più informazioni abbiamo sulle opere, meno saranno i rischi per noi e più saremo garantiti.
Informarsi su un’opera, oggi, è abbastanza facile e veloce e lo possiamo fare tramite il web o tramite le pubblicazioni. Andiamo a scovare qualsiasi informazione sull’artista, digitiamo sul web per vedere se è stato battuto all’asta, se ci sono quotazioni, se opere simili o la stessa opera è stata promossa o tentata vendita in altri canali.
Invece, per le opere più importanti, i documenti da controllare sono molti di più e sono documenti di interesse storico o di importazione, di esportazione, condition report, o ancora, utility report di altre esposizioni. Una volta che tu avrai verificato anche questi documenti e ti sarai informato di più, potrai procedere al tuo acquisto ed essere felicemente proprietario e collezionista di una bellissima opera d’arte.
Che cosa aspetti, vai a comprare subito la tua opera.
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Il gallerista d’arte una figura complessa in continua evoluzione.
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Acquisire sicurezza del proprio ruolo di artista è uno dei primi passi da compiere per poter interagire con ogni settore del mondo dell’arte.
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Ahimè, abbiamo ereditato un’opera. Ed ora, cosa ci facciamo?
A volte sappiamo che quell’opera è precisamente di un’artista, altre volte invece, quell’opera dal taglio centrale pensiamo sia semplicemente un errore o una vecchia opera.
In realtà quell’opera potrebbe essere un Lucio Fontana, un’opera che oggi è desiderata da migliaia di persone e collezionisti, che ogni museo vorrebbe avere nella propria collezione e che da poco è stata battuta € 1.500.000.
Dobbiamo scoprire se quell’opera è davvero un Lucio Fontana. Per fare questo facciamo quattro semplicissime cose: indaghiamo, cataloghiamo, certifichiamo, dopodiché decidiamo se conservare o vendere.
La prima fase è quella di indagare, scoprire tutte le informazioni reperibili vicino all’opera: da chi è stata comprata, dove è stata comprata, quando, come (se in un’asta, in una galleria, o direttamente dall’artista).
Più informazioni abbiamo sulla storia, più sarà facile eseguire le altre fasi e dimostrare che quell’opera è effettivamente un Lucio Fontana.
Una volta compreso che quell’opera potrebbe essere un Lucio Fontana, andiamo a catalogare tutte le informazioni. Salviamo in un file ognuna delle ricerche che abbiamo fatto, ci aiutiamo online tramite siti, tramite case d’aste e le segniamo nel documento. Questo documento ci servirà per la terza fase, la richiesta della certificazione.
La certificazione viene rilasciata dagli enti autorizzati, mediamente gli eredi oppure gli archivi e le fondazioni che tutelano l’artista. Per fare questo dovremo inviare loro l’opera e i risultati della nostra ricerca. Dopodiché ci diranno se quest’opera è effettivamente un Lucio Fontana, e allora sapremo se la nostra opera varrà qualche centinaia di euro oppure se è un’opera da 1.500.000 o più.
Una volta cha abbiamo scoperto che effettivamente è un Lucio Fontana decideremo cosa farne, se godercela nella nostra casa, quindi esporla e conservarla, oppure se procedere alla vendita, quindi incaricare una galleria, un art dealer o una casa d’aste per andare a vendere nel mercato mondiale.
E tu, cosa vuoi fare?
Guarda il video su Youtube
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Un uomo appeso a una corda, i piedi che scivolano su una tela intrisa di colore, il corpo che combatte con la materia come in un rituale primordiale. Non è una performance contemporanea qualunque. È pittura. È storia dell’arte. È Kazuo Shiraga.
Nel Giappone del dopoguerra, mentre le città bruciavano ancora di memoria e il futuro sembrava una ferita aperta, Shiraga decise che le mani non bastavano più. Per dire la verità di un’epoca devastata, bisognava scendere a terra, sporcarsi, lottare. Bisognava dipingere con i piedi.
Per capire Kazuo Shiraga bisogna prima attraversare il terreno instabile del Giappone degli anni Cinquanta. Un paese sconfitto, occupato, costretto a reinventarsi culturalmente dopo la catastrofe della guerra. In questo vuoto morale ed estetico nasce il Gutai Bijutsu Kyōkai, il Gruppo Gutai, fondato nel 1954 da Jirō Yoshihara. Un collettivo che non voleva semplicemente fare arte nuova, ma rifondare il concetto stesso di creazione.
Il manifesto Gutai parlava chiaro: la materia doveva vivere, l’artista non doveva dominarla ma lasciarla parlare. Una rivoluzione silenziosa e violenta allo stesso tempo, che rifiutava tanto la tradizione accademica giapponese quanto l’imitazione servile dell’astrazione occidentale. In questo contesto, Shiraga trovò il suo spazio naturale, come un animale che riconosce il proprio habitat.
Shiraga, nato nel 1924 ad Amagasaki, non era un ribelle improvvisato. Aveva studiato pittura tradizionale nihonga e conosceva perfettamente le regole che stava per infrangere. La sua scelta non fu ignoranza, ma consapevolezza. Quando iniziò a usare i piedi al posto delle mani, non stava cercando l’effetto shock: stava cercando un linguaggio che fosse all’altezza del caos del suo tempo.
Il Gutai non era un movimento omogeneo. C’erano artisti che bucavano tele, altri che facevano esplodere sacchi di colore, altri ancora che lavoravano con fango, acqua, luce. Ma Shiraga emerse come una figura quasi mitologica. La sua pittura era azione pura, e allo stesso tempo profondamente legata a una tradizione culturale giapponese fatta di disciplina, sacrificio e intensità fisica.
Per un inquadramento storico e biografico essenziale, si può fare riferimento a una fonte istituzionale come il sito ufficiale della Fondazione Mudima, ma nessuna voce enciclopedica riesce a restituire l’impatto viscerale del suo lavoro.
Shiraga non dipingeva. Combatteva. Le sue tele sono il risultato di uno scontro fisico tra carne e colore, tra gravità e volontà. Appeso a una corda fissata al soffitto, lasciava che i piedi scivolassero, colpissero, strisciassero sulla superficie. Ogni gesto era una decisione irreversibile. Nessun ripensamento, nessuna correzione.
Il corpo diventa pennello, ma anche arma, peso, rischio. In un’epoca in cui l’arte occidentale celebrava l’Action Painting di Jackson Pollock, Shiraga portava l’azione a un livello ulteriore, più estremo, più pericoloso. Non c’era distanza tra artista e opera: c’era contatto totale, immersione.
Quanto può sopportare un corpo prima che l’arte diventi sacrificio?
Questa fisicità ha spesso portato critici superficiali a leggere il lavoro di Shiraga come pura performance. Un errore grossolano. La performance era solo il mezzo. Il fine era la pittura. Le sue tele, dense, violente, attraversate da vortici di colore, reggono lo sguardo anche senza conoscere il gesto che le ha generate.
Il riferimento alla tradizione dei guerrieri samurai non è casuale. Shiraga era affascinato dalle storie di combattimento, dalla disciplina zen, dall’idea che il gesto perfetto nasca dall’annullamento dell’ego. Dipingere con i piedi era una forma di abbandono controllato, una meditazione feroce.
Tra le opere più emblematiche di Shiraga ci sono le grandi tele degli anni Cinquanta e Sessanta, spesso intitolate con nomi di eroi o battaglie della storia cinese e giapponese. Non sono titoli decorativi: sono chiavi di lettura. Ogni quadro è uno scontro, un episodio epico tradotto in materia cromatica.
Le sue azioni pubbliche, come la celebre performance in cui lottava letteralmente con un mucchio di fango, scandalizzarono il pubblico giapponese. In un paese che cercava ordine e ricostruzione, Shiraga proponeva caos e dismisura. Ma proprio per questo il Gutai attirò l’attenzione internazionale.
Non mancarono le critiche. Alcuni vedevano nel suo lavoro una teatralizzazione eccessiva, altri una deriva narcisistica. Ma Shiraga non arretrò mai. Continuò a lavorare con coerenza, anche quando, negli anni Settanta, si avvicinò al buddhismo e ridusse la dimensione performativa del suo gesto.
Questo cambiamento non fu una rinuncia, ma un’altra trasformazione. La pittura rimase intensa, ma più concentrata, come se tutta l’energia accumulata negli anni precedenti si fosse interiorizzata. Un artista meno rumoroso, ma non meno radicale.
Quando il lavoro di Shiraga arrivò in Europa e negli Stati Uniti, fu spesso letto attraverso categorie occidentali. Action Painting, body art, performance. Etichette utili, ma insufficienti. Il rischio era quello di ridurre il Gutai a una variante esotica dell’avanguardia occidentale.
Shiraga non stava imitando Pollock. Stava rispondendo a una storia diversa, a un trauma diverso, con strumenti che avevano radici profonde nella cultura giapponese. Il suo gesto non era una celebrazione dell’individualismo, ma una lotta contro di esso.
Possiamo davvero capire un’opera senza capire il corpo che l’ha prodotta?
Negli ultimi decenni, musei e istituzioni hanno iniziato a rivedere questa lettura. Mostre retrospettive hanno restituito al Gutai la sua autonomia storica e concettuale. Shiraga è oggi riconosciuto come una figura chiave del Novecento, non come una nota a margine.
Il pubblico contemporaneo, abituato alla spettacolarizzazione dell’arte, rischia però un altro equivoco: vedere solo l’aspetto estremo, dimenticando la disciplina, la ripetizione, la fatica quotidiana che stanno dietro a ogni tela. Shiraga non cercava l’applauso. Cercava la verità del gesto.
Kazuo Shiraga è morto nel 2008, ma il suo lavoro continua a porre domande scomode. In un mondo dell’arte sempre più mediato, digitale, distante dal corpo, la sua pittura ci ricorda che creare può essere un atto fisico, rischioso, totale.
La sua eredità non è fatta di imitatori che dipingono con i piedi. Sarebbe un tradimento. La sua eredità è un’attitudine: quella di mettere tutto in gioco, di non proteggersi dietro lo stile o la teoria. Di accettare che l’arte possa far male.
Shiraga ci obbliga a chiederci cosa chiediamo davvero all’arte oggi. Vogliamo essere rassicurati o messi in crisi? Vogliamo oggetti o esperienze? La sua risposta è ancora lì, impressa nella materia delle sue tele, pronta a sporcarci le mani — o i piedi.
In definitiva, dipingere con i piedi non è stato un trucco, ma una necessità. Un modo per restare fedeli a un’epoca in cui nulla era stabile e tutto doveva essere reinventato. Shiraga non ha cercato di essere moderno. Ha cercato di essere vero. E questo, forse, è il gesto più radicale di tutti.