Nel Giappone ferito del dopoguerra, il Gutai nasce così, quando l’arte smette di rappresentare e inizia a combattere
Un uomo appeso a una corda, i piedi che scivolano su una tela intrisa di colore, il corpo che combatte con la materia come in un rituale primordiale. Non è una performance contemporanea qualunque. È pittura. È storia dell’arte. È Kazuo Shiraga.
Nel Giappone del dopoguerra, mentre le città bruciavano ancora di memoria e il futuro sembrava una ferita aperta, Shiraga decise che le mani non bastavano più. Per dire la verità di un’epoca devastata, bisognava scendere a terra, sporcarsi, lottare. Bisognava dipingere con i piedi.
Nascita di un gesto radicale: il Gutai
Per capire Kazuo Shiraga bisogna prima attraversare il terreno instabile del Giappone degli anni Cinquanta. Un paese sconfitto, occupato, costretto a reinventarsi culturalmente dopo la catastrofe della guerra. In questo vuoto morale ed estetico nasce il Gutai Bijutsu Kyōkai, il Gruppo Gutai, fondato nel 1954 da Jirō Yoshihara. Un collettivo che non voleva semplicemente fare arte nuova, ma rifondare il concetto stesso di creazione.
Il manifesto Gutai parlava chiaro: la materia doveva vivere, l’artista non doveva dominarla ma lasciarla parlare. Una rivoluzione silenziosa e violenta allo stesso tempo, che rifiutava tanto la tradizione accademica giapponese quanto l’imitazione servile dell’astrazione occidentale. In questo contesto, Shiraga trovò il suo spazio naturale, come un animale che riconosce il proprio habitat.
Shiraga, nato nel 1924 ad Amagasaki, non era un ribelle improvvisato. Aveva studiato pittura tradizionale nihonga e conosceva perfettamente le regole che stava per infrangere. La sua scelta non fu ignoranza, ma consapevolezza. Quando iniziò a usare i piedi al posto delle mani, non stava cercando l’effetto shock: stava cercando un linguaggio che fosse all’altezza del caos del suo tempo.
Il Gutai non era un movimento omogeneo. C’erano artisti che bucavano tele, altri che facevano esplodere sacchi di colore, altri ancora che lavoravano con fango, acqua, luce. Ma Shiraga emerse come una figura quasi mitologica. La sua pittura era azione pura, e allo stesso tempo profondamente legata a una tradizione culturale giapponese fatta di disciplina, sacrificio e intensità fisica.
Per un inquadramento storico e biografico essenziale, si può fare riferimento a una fonte istituzionale come il sito ufficiale della Fondazione Mudima, ma nessuna voce enciclopedica riesce a restituire l’impatto viscerale del suo lavoro.
Il corpo come campo di battaglia
Shiraga non dipingeva. Combatteva. Le sue tele sono il risultato di uno scontro fisico tra carne e colore, tra gravità e volontà. Appeso a una corda fissata al soffitto, lasciava che i piedi scivolassero, colpissero, strisciassero sulla superficie. Ogni gesto era una decisione irreversibile. Nessun ripensamento, nessuna correzione.
Il corpo diventa pennello, ma anche arma, peso, rischio. In un’epoca in cui l’arte occidentale celebrava l’Action Painting di Jackson Pollock, Shiraga portava l’azione a un livello ulteriore, più estremo, più pericoloso. Non c’era distanza tra artista e opera: c’era contatto totale, immersione.
Quanto può sopportare un corpo prima che l’arte diventi sacrificio?
Questa fisicità ha spesso portato critici superficiali a leggere il lavoro di Shiraga come pura performance. Un errore grossolano. La performance era solo il mezzo. Il fine era la pittura. Le sue tele, dense, violente, attraversate da vortici di colore, reggono lo sguardo anche senza conoscere il gesto che le ha generate.
Il riferimento alla tradizione dei guerrieri samurai non è casuale. Shiraga era affascinato dalle storie di combattimento, dalla disciplina zen, dall’idea che il gesto perfetto nasca dall’annullamento dell’ego. Dipingere con i piedi era una forma di abbandono controllato, una meditazione feroce.
Opere, azioni, scandali
Tra le opere più emblematiche di Shiraga ci sono le grandi tele degli anni Cinquanta e Sessanta, spesso intitolate con nomi di eroi o battaglie della storia cinese e giapponese. Non sono titoli decorativi: sono chiavi di lettura. Ogni quadro è uno scontro, un episodio epico tradotto in materia cromatica.
Le sue azioni pubbliche, come la celebre performance in cui lottava letteralmente con un mucchio di fango, scandalizzarono il pubblico giapponese. In un paese che cercava ordine e ricostruzione, Shiraga proponeva caos e dismisura. Ma proprio per questo il Gutai attirò l’attenzione internazionale.
- Uso esclusivo dei piedi per dipingere
- Tele di grandi dimensioni posate a terra
- Colori ad olio applicati in strati densi
- Titoli ispirati a figure storiche e mitologiche
Non mancarono le critiche. Alcuni vedevano nel suo lavoro una teatralizzazione eccessiva, altri una deriva narcisistica. Ma Shiraga non arretrò mai. Continuò a lavorare con coerenza, anche quando, negli anni Settanta, si avvicinò al buddhismo e ridusse la dimensione performativa del suo gesto.
Questo cambiamento non fu una rinuncia, ma un’altra trasformazione. La pittura rimase intensa, ma più concentrata, come se tutta l’energia accumulata negli anni precedenti si fosse interiorizzata. Un artista meno rumoroso, ma non meno radicale.
Lo sguardo dell’Occidente e il fraintendimento
Quando il lavoro di Shiraga arrivò in Europa e negli Stati Uniti, fu spesso letto attraverso categorie occidentali. Action Painting, body art, performance. Etichette utili, ma insufficienti. Il rischio era quello di ridurre il Gutai a una variante esotica dell’avanguardia occidentale.
Shiraga non stava imitando Pollock. Stava rispondendo a una storia diversa, a un trauma diverso, con strumenti che avevano radici profonde nella cultura giapponese. Il suo gesto non era una celebrazione dell’individualismo, ma una lotta contro di esso.
Possiamo davvero capire un’opera senza capire il corpo che l’ha prodotta?
Negli ultimi decenni, musei e istituzioni hanno iniziato a rivedere questa lettura. Mostre retrospettive hanno restituito al Gutai la sua autonomia storica e concettuale. Shiraga è oggi riconosciuto come una figura chiave del Novecento, non come una nota a margine.
Il pubblico contemporaneo, abituato alla spettacolarizzazione dell’arte, rischia però un altro equivoco: vedere solo l’aspetto estremo, dimenticando la disciplina, la ripetizione, la fatica quotidiana che stanno dietro a ogni tela. Shiraga non cercava l’applauso. Cercava la verità del gesto.
Eredità di un artista che ha osato troppo
Kazuo Shiraga è morto nel 2008, ma il suo lavoro continua a porre domande scomode. In un mondo dell’arte sempre più mediato, digitale, distante dal corpo, la sua pittura ci ricorda che creare può essere un atto fisico, rischioso, totale.
La sua eredità non è fatta di imitatori che dipingono con i piedi. Sarebbe un tradimento. La sua eredità è un’attitudine: quella di mettere tutto in gioco, di non proteggersi dietro lo stile o la teoria. Di accettare che l’arte possa far male.
Shiraga ci obbliga a chiederci cosa chiediamo davvero all’arte oggi. Vogliamo essere rassicurati o messi in crisi? Vogliamo oggetti o esperienze? La sua risposta è ancora lì, impressa nella materia delle sue tele, pronta a sporcarci le mani — o i piedi.
In definitiva, dipingere con i piedi non è stato un trucco, ma una necessità. Un modo per restare fedeli a un’epoca in cui nulla era stabile e tutto doveva essere reinventato. Shiraga non ha cercato di essere moderno. Ha cercato di essere vero. E questo, forse, è il gesto più radicale di tutti.