Uno danza sulla tela come in una lotta corpo a corpo, l’altro ti invita a sprofondare nel silenzio del colore: Pollock e Rothko, due visioni opposte che hanno incendiato l’arte americana
Un uomo danza sopra una tela distesa a terra, lancia pittura come se fosse sangue, sudore, vita. Un altro resta immobile davanti a campi di colore che respirano lentamente, come orizzonti interiori. Due visioni opposte, due modi radicali di stare al mondo. Jackson Pollock e Mark Rothko non sono solo artisti: sono forze in collisione. E quella collisione ha cambiato per sempre il volto dell’arte del Novecento.
Gesto o contemplazione?
È davvero possibile scegliere? O siamo ancora, oggi, intrappolati in quella tensione che ha trasformato New York nella nuova capitale culturale del mondo?
- L’America dopo la guerra: nascita di un campo di battaglia estetico
- Jackson Pollock: il corpo come pennello
- Mark Rothko: il silenzio come vertigine
- Gesto contro contemplazione: due religioni dell’arte
- Critici, musei e pubblico: chi ha deciso il mito
- Quello che resta quando il rumore si spegne
L’America dopo la guerra: nascita di un campo di battaglia estetico
Negli anni Quaranta, l’Europa è in macerie. Parigi, per secoli capitale indiscussa dell’arte, perde centralità. New York prende il comando quasi senza rendersene conto. Non per eleganza o tradizione, ma per urgenza. Un’urgenza che nasce dal trauma della guerra, dall’ansia atomica, dalla consapevolezza che il mondo può finire in qualsiasi momento.
È in questo clima che nasce l’Espressionismo Astratto. Non un movimento compatto, ma una costellazione di personalità inconciliabili. Artisti che rifiutano la narrazione, l’illustrazione, la figura. Vogliono qualcosa di più crudo: l’esperienza diretta. La tela diventa un campo di battaglia, un luogo di rischio reale.
Jackson Pollock e Mark Rothko frequentano gli stessi ambienti, leggono gli stessi testi, espongono nelle stesse gallerie. Ma parlano lingue diverse. Uno urla, l’altro sussurra. Eppure entrambi sono figli dello stesso terremoto culturale che sposta il baricentro dell’arte dall’Europa all’America, sancito anche dall’attenzione del Museum of Modern Art, che diventa arbitro e amplificatore di questa rivoluzione.
Non è solo pittura. È una lotta per definire cosa significhi essere umani in un mondo post-bellico. Come si dipinge l’angoscia? Come si dipinge la speranza?
Jackson Pollock: il corpo come pennello
Pollock non dipinge. Pollock agisce. Stende la tela sul pavimento, la circonda, ci cammina sopra. Il colore sgocciola, schizza, cade per gravità. Non c’è centro, non c’è inizio né fine. È l’“all-over painting”, un’immersione totale che rifiuta la composizione tradizionale.
La celebre fotografia di Hans Namuth che lo ritrae mentre lavora non è un documento neutro: è un manifesto. Pollock diventa il simbolo dell’artista come sciamano moderno, posseduto dal gesto. Ogni movimento del corpo lascia una traccia irreversibile. L’errore non esiste, esiste solo l’evento.
Dietro questa energia c’è però una fragilità profonda. Alcolismo, depressione, una costante lotta con se stesso. Pollock incarna il mito dell’artista autodistruttivo, divorato dalla stessa forza che lo rende grande. La sua morte prematura in un incidente d’auto nel 1956 cristallizza questa immagine: un talento bruciato troppo in fretta.
Le sue opere chiave non raccontano storie, ma le accadono davanti allo spettatore. Guardare un Pollock è come assistere a un temporale: non si analizza, si subisce. Ed è proprio questa violenza visiva che ha spaccato critica e pubblico.
- Number 1A, 1948
- Autumn Rhythm
- Lavender Mist
Mark Rothko: il silenzio come vertigine
Rothko prende la direzione opposta. Riduce, semplifica, elimina. I suoi quadri sono campi di colore sospesi, rettangoli che sembrano galleggiare su superfici vibranti. Nessun gesto evidente, nessuna traccia del corpo. Eppure, l’intensità emotiva è devastante.
Rothko rifiuta l’etichetta di astratto. Dice di dipingere tragedia, estasi, destino. Vuole che lo spettatore si avvicini, che entri fisicamente nel quadro, che perda l’equilibrio. Le sue tele monumentali non gridano, ma avvolgono. Sono spazi di meditazione forzata.
La luce è tutto. I colori non sono mai piatti: pulsano, respirano, sembrano cambiare davanti agli occhi. Non c’è nulla da “capire”, ma molto da sentire. Rothko chiede silenzio, lentezza, rispetto. Nei suoi scritti insiste sul fatto che la pittura deve essere un’esperienza quasi religiosa.
Il paradosso è crudele: un artista ossessionato dalla spiritualità che finisce travolto dal buio. Il suicidio nel 1970 getta un’ombra definitiva sulla sua opera. Ma forse, guardando quei campi di colore profondi, il buio era sempre stato lì.
- Orange and Yellow
- No. 14, 1960
- Rothko Chapel
Gesto contro contemplazione: due religioni dell’arte
Pollock e Rothko rappresentano due fedi inconciliabili. Per Pollock, l’arte è azione pura, presente assoluto. Il quadro è il residuo di un evento. Per Rothko, l’arte è sospensione, attesa, profondità. Il quadro è una soglia.
L’arte deve essere un pugno nello stomaco o un abisso in cui cadere lentamente?
I critici si dividono. Harold Rosenberg esalta Pollock come l’incarnazione dell’“action painting”. Clement Greenberg, più formale, guarda con crescente interesse alla riduzione di Rothko. Le parole diventano armi, le recensioni campi minati. Ogni mostra è una dichiarazione di guerra.
Ma la vera differenza sta nel rapporto con lo spettatore. Pollock lo travolge, lo mette in crisi, lo costringe a confrontarsi con il caos. Rothko lo seduce, lo isola, lo invita a un dialogo intimo. Uno è centrifugo, l’altro centripeto.
Critici, musei e pubblico: chi ha deciso il mito
Senza istituzioni, nessuna rivoluzione sopravvive. Musei, gallerie e collezionisti hanno trasformato Pollock e Rothko in icone. Ma non senza fraintendimenti. Pollock viene spesso ridotto a gesto spettacolare, a immagine popolare dell’artista folle. Rothko a decoratore di lusso, svuotato della sua angoscia.
Le grandi retrospettive hanno cercato di rimettere ordine, ma il pubblico resta diviso. Davanti a un Pollock c’è chi dice: “Lo potevo fare anch’io”. Davanti a un Rothko: “Non succede nulla”. Due reazioni che rivelano lo stesso disagio: la paura di un’arte che non spiega, non consola, non intrattiene.
Eppure, nelle sale silenziose dei musei, qualcosa accade. Le persone restano. Guardano. Tornano indietro. L’opera resiste al rumore del mondo. Questo è il vero trionfo di entrambi: aver imposto un tempo diverso.
Quello che resta quando il rumore si spegne
Oggi, Pollock e Rothko non sono più antagonisti. Sono poli di una stessa tensione che attraversa l’arte contemporanea. Performance, pittura gestuale, installazioni immersive, spazi meditativi: tutto nasce da lì.
Il gesto di Pollock vive in ogni artista che usa il corpo come strumento. La contemplazione di Rothko risuona in ogni spazio che chiede silenzio e attenzione. Non si tratta di scegliere, ma di riconoscere che l’arte più potente nasce sempre da un conflitto irrisolto.
Forse la vera domanda non è chi aveva ragione. Ma perché, ancora oggi, abbiamo bisogno di entrambi. Del caos e del silenzio. Della furia e dell’attesa. Perché in quel campo di battaglia, tra una goccia di pittura e un rettangolo di colore, continuiamo a cercare noi stessi.



