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Passion Assets e Storytelling: Perché la Storia Conta Più dell’Oggetto

Scopri perché nei Passion Assets la narrazione non è un dettaglio, ma il vero cuore che dà senso, valore e memoria a ciò che resta

Un quadro può bruciare, una scultura può rompersi, una performance può svanire in un istante. Eppure alcune opere continuano a vivere, a pulsare, a esercitare una forza magnetica che attraversa generazioni, culture, lingue. Perché? Non è solo materia. Non è solo tecnica. È la storia che le avvolge, le parole non dette, i gesti simbolici, le ferite e le ossessioni che si sedimentano attorno a ciò che chiamiamo, con un termine imperfetto ma potente, Passion Assets.

Nel mondo dell’arte e della cultura, la storia non è un accessorio decorativo: è il cuore che batte. Senza narrazione, l’opera è muta. Senza contesto, l’oggetto è cieco. E senza memoria condivisa, anche la bellezza più feroce rischia di dissolversi nel rumore di fondo.

Passion Assets: una definizione culturale, non economica

Chiamarli “assets” è quasi un atto di violenza linguistica. Eppure, il termine Passion Assets si è imposto per descrivere oggetti, opere e pratiche che condensano desiderio, identità e appartenenza. Non parliamo di numeri o di quotazioni, ma di beni emotivi: opere d’arte, archivi, collezioni, manufatti, performance, persino luoghi, che esistono perché qualcuno ha deciso che meritavano di essere raccontati e ricordati.

Un Passion Asset non è mai neutro. Porta addosso una biografia: quella dell’artista, del collezionista, dell’istituzione che lo espone, del pubblico che lo attraversa con lo sguardo. È un nodo di storie intrecciate, spesso contraddittorie. Pensiamo a un dipinto di Caravaggio: violenza, luce, fuga, omicidio, redenzione. Senza questo racconto, resterebbe solo una composizione magistrale. Con esso, diventa un campo di battaglia emotivo.

La cultura occidentale ha sempre compreso il potere del racconto. Dalle vite degli artisti di Vasari fino alle grandi retrospettive museali contemporanee, la narrazione costruisce significato. Come ricorda la definizione stessa di storytelling nella tradizione culturale e artistica, non si tratta solo di “raccontare storie”, ma di organizzare l’esperienza umana attraverso il senso, come evidenziato anche nella riflessione storica sul tema presente sul sito ufficiale della Royal Academy of Arts.

Senza storia, il Passion Asset non genera passione. Senza passione, resta solo un oggetto. Bello, forse. Ma muto.

Lo storytelling come atto di potere

Raccontare non è mai un gesto innocente. Ogni storia implica una scelta: cosa includere, cosa escludere, quale voce amplificare, quale silenziare. Nel mondo dell’arte, lo storytelling è una forma di potere culturale. Decide chi entra nel canone e chi ne resta fuori. Chi viene celebrato come genio e chi relegato a nota a piè di pagina.

Le grandi narrazioni artistiche sono costruzioni stratificate. Pensiamo all’arte moderna: il mito dell’artista solitario, maschio, tormentato, spesso europeo. Un racconto potente, certo, ma parziale. Negli ultimi decenni, artisti e curatori hanno iniziato a smontare questa struttura, proponendo contro-narrazioni che includono voci femminili, post-coloniali, queer, diasporiche.

Ma attenzione: anche la contro-narrazione è una narrazione. Anche la rottura diventa stile, linguaggio, dispositivo. Lo storytelling non scompare mai: cambia forma. E proprio in questa mutazione risiede la sua forza. Un Passion Asset non vive di una storia unica, ma di una tensione continua tra versioni differenti.

Chi controlla il racconto controlla l’immaginario. E l’immaginario, nell’arte, è tutto.

L’artista come narratore di sé stesso

Molti artisti contemporanei non si limitano a produrre opere: costruiscono universi narrativi. Pensiamo a chi utilizza il proprio corpo, la propria biografia, le proprie ferite come materiale primario. In questi casi, l’opera non è separabile dalla storia personale. È un diario aperto, esposto allo sguardo pubblico.

Frida Kahlo non è solo una pittrice: è un racconto incarnato di dolore, identità, politica e amore. Marina Abramović non crea semplicemente performance: mette in scena rituali che parlano di resistenza, presenza, limite. Senza conoscere queste storie, l’esperienza dell’opera resta incompleta, quasi superficiale.

Questa auto-narrazione, però, è una lama a doppio taglio. Quando l’artista diventa personaggio, il rischio è che la storia fagociti l’opera. Che il racconto diventi più forte dell’esperienza estetica. È una tensione irrisolta, ma anche una delle più affascinanti del nostro tempo.

L’artista, oggi, è chiamato a essere autore e narratore, testimone e mito. Una responsabilità enorme. E un terreno scivoloso.

Chi decide dove finisce l’opera e dove inizia la leggenda?

Istituzioni, critici e il controllo del racconto

Musei, fondazioni, biennali, archivi: le istituzioni culturali sono grandi macchine narrative. Ogni mostra è una presa di posizione. Ogni testo curatoriale è un atto politico. Non esistono esposizioni neutrali, solo narrazioni più o meno consapevoli di esserlo.

Quando un museo decide di dedicare una retrospettiva a un artista, sta dicendo: questa storia merita di essere ascoltata. Quando ne ignora un altro, sta producendo silenzio. Il Passion Asset, in questo contesto, diventa un campo di forze, attraversato da interessi simbolici, ideologici, storici.

Anche la critica gioca un ruolo centrale. Le parole dei critici non descrivono soltanto: costruiscono cornici interpretative. Un’opera può essere letta come rivoluzionaria o derivativa, radicale o decorativa, a seconda della storia che le viene cucita addosso.

Nel tempo, queste narrazioni si sedimentano, diventano senso comune. E proprio per questo è fondamentale rimetterle in discussione. Perché ogni Passion Asset porta con sé storie dimenticate, marginalizzate, rimosse.

Il pubblico: da spettatore a custode di storie

Per troppo tempo il pubblico è stato considerato un destinatario passivo. Oggi questa idea è obsoleta. Chi guarda, ascolta, attraversa un’opera diventa parte attiva del suo racconto. Ogni interpretazione, ogni reazione emotiva, ogni condivisione genera una nuova diramazione narrativa.

Nell’era digitale, le storie viaggiano veloci, si frammentano, si moltiplicano. Un’opera vista in un museo viene fotografata, commentata, reinterpretata. Questo non la impoverisce: la trasforma. Il Passion Asset si espande, perde controllo, ma guadagna complessità.

Esiste però una responsabilità. Raccontare significa anche prendersi cura. Non tutto può essere semplificato, ridotto a slogan o immagine iconica. La profondità richiede tempo, ascolto, attenzione. E il pubblico, oggi più che mai, è chiamato a scegliere che tipo di narratore vuole essere.

Vogliamo storie comode o storie scomode?

Ciò che resta quando l’oggetto scompare

Alcune delle opere più potenti del Novecento non esistono più. Performance effimere, installazioni distrutte, azioni documentate solo da fotografie sgranate e testimonianze orali. Eppure, continuano a influenzare artisti, curatori, pensatori. Perché? Perché la storia è sopravvissuta all’oggetto.

Questo è il paradosso più affascinante dei Passion Assets: la loro forza non risiede nella permanenza materiale, ma nella capacità di generare racconto. Un gesto può durare un minuto e avere un’eco di decenni. Un’azione minima può aprire una frattura irreversibile nell’immaginario collettivo.

Alla fine, ciò che resta non è la cosa, ma la traccia. Non l’oggetto, ma la memoria condivisa. In questo senso, lo storytelling non è un ornamento, ma una forma di sopravvivenza culturale.

Quando tutto il resto svanisce, è la storia che continua a parlare. E in quel racconto, fragile e potentissimo, riconosciamo noi stessi.

Contenuti a scopo informativo e culturale. Alcuni articoli possono essere generati con AI.
Non costituiscono consulenza o sollecitazione all’investimento.

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