Un uomo che dipinge solo la data del giorno e, se non finisce entro mezzanotte, distrugge tutto: così On Kawara trasforma il tempo in arte
Il 4 gennaio 1966, a New York, un uomo si sveglia e decide di dipingere una sola cosa: la data di quel giorno. Nient’altro. Nessuna immagine, nessuna narrazione. Solo lettere bianche su fondo scuro. Se non riesce a finirla entro mezzanotte, la distrugge. Che tipo di artista accetta che il proprio lavoro possa non sopravvivere al giorno stesso in cui nasce? On Kawara non ha mai cercato di spiegarsi. Ha preferito esistere. O meglio: registrare la propria esistenza nel tempo. In un mondo ossessionato dalla velocità, dalla visibilità e dalla sovrapproduzione, Kawara ha fatto il contrario. Ha rallentato. Ha ridotto. Ha trasformato il tempo in materia artistica. E così facendo ha cambiato per sempre il modo in cui pensiamo la presenza.
- Il tempo come materiale artistico
- Le Date Paintings: cronaca di una vita
- “I Am Still Alive”: esistere come gesto radicale
- Silenzio, anonimato e contesto storico
- Musei, critici e pubblico: reazioni e fraintendimenti
- L’eredità di Kawara nel presente
Il tempo come materiale artistico
Per On Kawara il tempo non è un tema: è una sostanza. Non lo rappresenta, lo utilizza. Ogni opera è un frammento temporale isolato, preciso, irripetibile. In un’epoca in cui l’arte cercava di espandersi nello spazio, Kawara ha scelto di comprimersi nel tempo, di abitarlo con ostinazione quasi monastica. Il suo lavoro nasce dal trauma del dopoguerra giapponese, da un mondo in cui la continuità storica era stata spezzata. Nato nel 1933 a Kariya, Kawara cresce tra le macerie morali e fisiche del Giappone post-Hiroshima. Il tempo, per lui, non è neutro: è carico di memoria, di perdita, di urgenza.
Quando si trasferisce a New York nei primi anni Sessanta, incontra un ambiente artistico dominato dal minimalismo e dal concettuale. Ma Kawara non si allinea. Non teorizza, non firma manifesti. Semplicemente inizia a fare qualcosa di estremamente semplice e profondamente destabilizzante: registrare il fatto di essere vivo in un determinato giorno.
Questa scelta lo colloca in una posizione laterale ma potentissima. Mentre altri artisti parlano del tempo, Kawara lo misura. Lo conta. Lo vive come una responsabilità quotidiana.
Le Date Paintings: cronaca di una vita
Le celebri Date Paintings, iniziate nel 1966 e continuate fino alla morte dell’artista nel 2014, sono il cuore pulsante della sua opera. Ogni tela riporta una data, dipinta a mano con una precisione quasi ossessiva, secondo la lingua e il formato del luogo in cui si trova l’artista.
Se Kawara si trova a Parigi, la data è in francese. A Roma, in italiano. A New York, in inglese. Il tempo non è universale: è sempre situato. Ogni quadro è accompagnato da una scatola realizzata su misura, contenente un ritaglio di giornale del giorno stesso. Un gesto che ancora una volta ancora l’opera alla realtà, alla cronaca, al mondo.
Ma attenzione: non c’è nulla di nostalgico in queste opere. Non raccontano cosa è successo quel giorno. Non ci dicono nulla dell’umore dell’artista, delle sue relazioni, dei suoi pensieri. Ci dicono solo questo: oggi è successo che io ero qui.
Può una data, spogliata di ogni contenuto, diventare un autoritratto?
Secondo il Museum of Modern Art di New York, che conserva numerose opere di Kawara, queste tele rappresentano una delle più radicali esplorazioni del tempo nell’arte del Novecento. Il MoMA ha dedicato all’artista mostre e studi approfonditi, riconoscendo la sua influenza silenziosa ma persistente.
“I Am Still Alive”: esistere come gesto radicale
Tra le opere più sconvolgenti di On Kawara c’è la serie di telegrammi inviati ad amici, curatori e colleghi con un messaggio brevissimo: “I Am Still Alive”. Niente saluti, niente firme elaborate. Solo una constatazione.
In un mondo che associa l’arte alla produzione di oggetti, Kawara invia un messaggio. Non produce, comunica. E quello che comunica non è un’idea, ma una condizione: essere ancora vivo. È difficile immaginare qualcosa di più elementare e allo stesso tempo più carico di significato.
Questi telegrammi non sono rassicuranti. Sono inquietanti. Ogni “I Am Still Alive” implica la possibilità del contrario. Ogni messaggio è una sospensione tra la vita e la sua fine, tra il presente e l’assenza.
Se l’arte nasce dall’urgenza, quale urgenza è più grande di questa?
Il pubblico, spesso, non sa come reagire. C’è chi sorride, chi si irrita, chi resta in silenzio. Ed è proprio in questo spazio di reazione che Kawara lavora. Non offre consolazione, ma consapevolezza.
Silenzio, anonimato e contesto storico
On Kawara ha rilasciato pochissime interviste. Non ha mai spiegato davvero il suo lavoro. Non appare nelle fotografie delle mostre. Non partecipa al gioco dell’artista come personaggio pubblico. In un’epoca di crescente esposizione mediatica, questa scelta è profondamente politica.
Il suo silenzio non è vuoto. È carico. È una presa di posizione contro l’eccesso di narrazione, contro la spettacolarizzazione dell’io. Kawara non dice “guardatemi”, dice “guardate il tempo che passa mentre guardate”.
Questo atteggiamento ha spesso spiazzato i critici. Alcuni lo hanno definito freddo, distante, quasi disumano. Ma è davvero così? O forse è il contrario: un tentativo disperato di afferrare l’esperienza umana nella sua forma più nuda?
Nel contesto degli anni Sessanta e Settanta, segnati da guerre, proteste e rivoluzioni culturali, Kawara sceglie di non commentare direttamente. Eppure, la sua opera è profondamente politica proprio perché rifiuta l’enfasi. Registra il tempo mentre la storia accelera.
Musei, critici e pubblico: reazioni e fraintendimenti
Le istituzioni museali hanno impiegato tempo per comprendere Kawara. Come esporre un’opera che non racconta, che non seduce, che non offre immagini iconiche? Eppure, una volta accettata la sfida, i musei hanno scoperto un artista capace di trasformare lo spazio espositivo in un’esperienza temporale.
Le grandi retrospettive non sono mai spettacolari. Sono silenziose, quasi ascetiche. Le date si susseguono come un battito cardiaco visivo. Il pubblico cammina, legge, si ferma. E inevitabilmente inizia a pensare al proprio tempo.
Tra le reazioni più comuni c’è il fraintendimento. “Potrei farlo anch’io”, dicono alcuni. Ma è proprio qui che Kawara colpisce: l’opera non è la data, ma la disciplina, la costanza, la rinuncia a tutto il resto.
- La rinuncia all’immagine
- La rinuncia alla narrazione
- La rinuncia alla spiegazione
Queste rinunce costruiscono una delle opere più coerenti e radicali del secolo scorso.
L’eredità di Kawara nel presente
Oggi viviamo immersi in un flusso continuo di date, notifiche, timestamp. Ogni gesto è registrato, ogni presenza è tracciata. Eppure, mai come ora il tempo sembra sfuggirci. In questo scenario, l’opera di On Kawara appare incredibilmente attuale.
Molti artisti contemporanei lavorano sul tempo, sulla durata, sulla ripetizione. Ma pochi riescono a raggiungere la chiarezza disarmante di Kawara. La sua eredità non è stilistica, è etica. È un invito a prendersi la responsabilità del proprio tempo.
Guardare una Date Painting oggi significa confrontarsi con una domanda semplice e spietata: dove eri tu in quel giorno? Non cosa facevi, non cosa pensavi. Dove eri, e sei ancora qui?
Se l’arte è una forma di testimonianza, quale testimonianza stiamo lasciando del nostro tempo?
On Kawara non ha mai cercato di essere eterno. Ha accettato la finitezza, l’ha dipinta giorno dopo giorno. E proprio per questo, la sua opera continua a vivere, a pulsare, a interrogare chiunque abbia il coraggio di fermarsi e guardare una data come se fosse uno specchio.
Nel silenzio delle sue tele, il tempo non passa. Respira.



