Lygia Pape incendia il Neoconcretismo con gesti poetici e radicali, trasformando l’opera in esperienza viva, sensoriale, profondamente umana
Rio de Janeiro, fine anni Cinquanta. L’aria è elettrica, il Brasile sogna una modernità tutta sua, e l’arte smette di voler essere solo guardata. Ma cosa accade quando un’opera rifiuta di restare immobile, quando chiede al corpo di entrare, di rischiare, di sentire?
Lygia Pape non ha mai chiesto il permesso. Ha inciso, piegato, bruciato, cucito e liberato l’arte brasiliana nel momento stesso in cui sembrava destinata a irrigidirsi in formule geometriche. Il Neoconcretismo non è nato nei musei: è esploso nei gesti, nei corpi, nelle strade. E Pape ne è stata l’anima più poetica, inquieta, radicale.
- Un Brasile in trasformazione e la nascita del Neoconcretismo
- Lygia Pape: formazione, visione, rottura
- Opere chiave: il corpo come linguaggio
- Arte, politica e resistenza sensoriale
- Un’eredità viva, instabile, necessaria
Un Brasile in trasformazione e la nascita del Neoconcretismo
Il Brasile degli anni Cinquanta e Sessanta è una nazione giovane, febbrile, lacerata tra promesse di progresso e fratture sociali profonde. Brasília viene costruita dal nulla come un manifesto modernista, mentre nelle grandi città si cerca una voce culturale che non sia più derivativa dell’Europa. In questo clima nasce il Neoconcretismo, non come stile, ma come atto di disobbedienza.
Il movimento prende forma nel 1959 con il Manifesto Neoconcreto, firmato da artisti e poeti come Ferreira Gullar, Lygia Clark, Hélio Oiticica e Lygia Pape. Contro l’arte concreta, accusata di essere fredda e razionalista, il Neoconcretismo rivendica l’esperienza, il tempo, il corpo. L’opera non è un oggetto, ma un evento.
È in questo contesto che Pape emerge come figura liminale: grafica, incisora, cineasta, performer, insegnante. Non si limita a partecipare al movimento, lo spinge verso territori più sensoriali e poetici. Come ricorda il Museu de Arte Moderna do Rio de Janeiro, la sua ricerca ha attraversato decenni senza mai perdere urgenza.
Il Neoconcretismo non dura a lungo come gruppo organizzato, ma la sua energia si disperde come una scossa tellurica. E Pape resta lì, nel punto esatto in cui l’arte smette di essere forma e diventa esperienza vissuta.
Lygia Pape: formazione, visione, rottura
Nata a Nova Friburgo nel 1927, Lygia Pape si forma inizialmente nella grafica e nell’incisione. Ma già nei primi lavori si percepisce una tensione: la linea non vuole restare confinata, il segno cerca uno spazio più ampio, più instabile. La disciplina diventa presto un limite da superare.
Pape non accetta l’idea dell’artista come genio isolato. Per lei l’arte è un dialogo fisico, quasi epidermico, con chi guarda. “L’opera vive solo quando qualcuno la attraversa”, afferma in diverse interviste. Questa convinzione la porta a esplorare materiali poveri, gesti semplici, azioni collettive.
Il suo percorso è segnato da continue rotture: con il supporto tradizionale, con lo spazio museale, con la distinzione tra arte e vita. Non c’è mai compiacimento, mai decorazione. Ogni opera sembra chiedere: sei disposto a perdere il controllo?
In un ambiente ancora fortemente dominato da figure maschili, Pape non rivendica un femminismo dichiarato, ma pratica una libertà radicale. Il suo lavoro parla attraverso il corpo, ma rifiuta ogni stereotipo. È un corpo politico, sensibile, vulnerabile.
Opere chiave: il corpo come linguaggio
Tra le opere più iconiche di Lygia Pape spicca Ttéia, una serie di installazioni fatte di fili dorati tesi nello spazio. Apparentemente leggere, quasi immateriali, queste strutture trasformano l’ambiente in una trappola visiva. Muovendosi, il visitatore attiva l’opera, ne altera la percezione, ne diventa parte integrante.
Ancora più radicale è Divisor (1968): un enorme tessuto bianco con fori attraverso i quali emergono le teste dei partecipanti. L’opera annulla l’individualità senza cancellarla, creando un corpo collettivo che avanza, respira, si muove insieme. È una visione potente, quasi inquietante.
In Livro da Criação, Pape usa il formato del libro per raccontare la nascita del mondo attraverso forme e colori elementari. Non c’è testo, solo sequenze visive che chiedono di essere sfogliate, toccate, interpretate. Il sapere non è imposto, ma costruito nel gesto.
Queste opere non cercano di piacere. Cercano di coinvolgere, di destabilizzare. E in questo risiede la loro forza duratura.
Arte, politica e resistenza sensoriale
Negli anni della dittatura militare brasiliana, l’arte di Pape assume una dimensione ancora più urgente. Senza diventare propaganda, il suo lavoro insiste sulla libertà del corpo e della percezione, proprio mentre il regime cerca di controllarli.
La sua resistenza non è urlata, ma profonda. È una resistenza sensoriale: restituire al corpo la capacità di sentire, di scegliere, di muoversi. In un contesto di censura e repressione, questo diventa un gesto politico.
Pape lavora anche nel cinema sperimentale, creando film che frammentano la narrazione e sfidano lo sguardo tradizionale. Ancora una volta, lo spettatore non è passivo. È chiamato a ricostruire, a partecipare.
Molti critici hanno sottolineato come la sua opera anticipi discussioni contemporanee su partecipazione, interattività e spazio pubblico. Ma ridurla a “precursore” sarebbe ingiusto: il suo lavoro parla ancora, qui e ora.
Un’eredità viva, instabile, necessaria
Lygia Pape muore nel 2004, ma la sua presenza nel panorama artistico globale non ha mai smesso di crescere. Mostre retrospettive nei principali musei internazionali hanno riportato al centro la sua voce, senza addomesticarla.
La sua eredità non è fatta di formule replicabili. È un’eredità di domande, di rischi, di apertura. In un’epoca in cui l’arte rischia di diventare spettacolo o decorazione, Pape ricorda che l’opera è un luogo di esperienza reale.
Guardare il suo lavoro oggi significa accettare una sfida: rinunciare alla distanza di sicurezza, entrare nello spazio dell’opera, lasciarsi attraversare. È un invito scomodo, ma necessario.
Lygia Pape non ha costruito monumenti. Ha aperto varchi. E in quei varchi, ancora oggi, l’arte respira.



