Colori esplosivi, parole che pungono e uno sguardo che ti chiama in causa: davanti a Cheri Samba non puoi restare neutrale. La sua pittura racconta un’Africa urbana e contraddittoria, smonta ipocrisie e ti costringe a guardare davvero
Un uomo dipinge se stesso mentre punta il dito contro lo spettatore. Sotto, una frase scritta a mano: “Chi è responsabile di tutto questo?”. Non è una provocazione qualsiasi. È Cheri Samba che ti guarda negli occhi.
C’è un momento, davanti a un’opera di Cheri Samba, in cui smetti di osservare e inizi a sentirti osservato. I colori sono violenti, le figure sembrano uscite da un fumetto politico, le parole ti inseguono come titoli di giornale impossibili da ignorare. Samba non chiede permesso. Entra nella tua coscienza, ci si siede sopra, e inizia a parlare di Africa, di potere, di ipocrisia, di identità. E lo fa con una lucidità che disarma.
In un mondo dell’arte spesso anestetizzato dall’estetica e dalla distanza concettuale, Cheri Samba rappresenta una scossa elettrica. Non dipinge per decorare, ma per raccontare. Non costruisce miti, li smonta. E soprattutto, non parla “dell’Africa” come concetto astratto: parla della sua Africa, urbana, contraddittoria, feroce e ironica.
- Kinshasa come epicentro creativo
- Un linguaggio visivo che parla e accusa
- Opere chiave e immagini che non si dimenticano
- Dallo spazio locale ai grandi musei
- L’eredità di un artista che non addolcisce la realtà
Kinshasa come epicentro creativo: nascere artista nel caos
Cheri Samba nasce nel 1956 a Kinto M’Vuila, nell’allora Congo Belga. Ma è Kinshasa, capitale tentacolare e pulsante, a forgiare la sua visione. Una città dove la musica esplode dai bar, la politica invade la strada e la sopravvivenza quotidiana è già una forma d’arte. Samba cresce osservando, disegnando, assorbendo immagini come spugna. Prima illustratore di insegne pubblicitarie e fumetti, poi pittore autodidatta, trova presto il suo linguaggio.
Negli anni Settanta, Kinshasa non è solo una città: è un teatro. La dittatura di Mobutu Sese Seko impone un’estetica nazionale, una retorica dell’“autenticità” africana che nasconde repressione e disuguaglianze. Samba non si adegua. Anzi, reagisce. Dipinge la vita urbana, le contraddizioni del potere, il divario tra propaganda e realtà. I suoi quadri diventano cronache visive di ciò che non può essere detto apertamente.
È qui che nasce quella che verrà definita “pittura popolare urbana congolese”, ma ridurre Samba a un’etichetta è un errore. La sua arte non è folklore, è giornalismo pittorico. Usa la lingua francese e il lingala, inserisce testi direttamente sulla tela, come se il quadro fosse un manifesto affisso su un muro di Kinshasa. Vuole essere capito da tutti, non solo da un’élite.
Come ricorda il sito ufficiale, Cheri Samba ha sempre rifiutato l’idea di un’arte muta. Per lui, il silenzio è complicità.
Un linguaggio visivo che parla, accusa e confessa
Guardare un dipinto di Cheri Samba significa leggere e vedere allo stesso tempo. Le parole non sono didascalie: sono parte integrante dell’immagine. Commentano, contraddicono, ironizzano. A volte sembrano uscire dalla bocca dei personaggi, altre volte sono pensieri collettivi. È un dispositivo potente, quasi aggressivo, che obbliga lo spettatore a confrontarsi con il messaggio.
Samba utilizza colori piatti, saturi, figure delineate con contorni netti. L’estetica ricorda il fumetto, la pittura pop, ma il contenuto è tutto fuorché leggero. Parla di corruzione, AIDS, neocolonialismo, razzismo, sessualità, ipocrisia religiosa. E spesso parla di sé. L’autoritratto è uno dei suoi strumenti preferiti: si mette in scena come testimone, vittima, accusato e giudice.
Perché un artista dovrebbe esporsi così tanto? Perché, secondo Samba, l’artista non è un osservatore neutrale. È dentro il sistema che critica. Nei suoi quadri, si rappresenta mentre viene censurato, ignorato, strumentalizzato. È un atto di onestà brutale che pochi sono disposti a compiere.
Questo linguaggio diretto ha spesso creato disagio. Alcuni critici occidentali, soprattutto agli inizi, hanno faticato ad accettare un’arte africana così esplicitamente politica e verbale. Ma è proprio qui che Samba rompe lo stereotipo: rifiuta l’idea di un’Africa muta, primitiva, decorativa. La sua Africa parla, e parla forte.
Opere chiave: immagini che mordono la memoria
Tra le opere più iconiche di Cheri Samba, “J’aime la couleur” è una dichiarazione di intenti. L’artista si autoritrae mentre afferma il suo amore per il colore, ma dietro l’apparente leggerezza si nasconde una riflessione sull’identità e sulla percezione dell’arte africana. Il colore non è esotismo: è linguaggio, è scelta politica.
In “La Vérité”, Samba affronta il tema della censura e della manipolazione dell’informazione. I personaggi sembrano intrappolati in una rete di bugie, mentre il testo dipinto denuncia l’impossibilità di dire la verità in un contesto oppressivo. Non c’è metafora sofisticata: c’è chiarezza spietata.
Un’altra opera fondamentale è “L’Espoir fait vivre”. Qui, la speranza non è rappresentata come un sentimento astratto, ma come una necessità vitale in un contesto di precarietà. Samba mostra come la speranza possa essere allo stesso tempo forza e illusione, motore e trappola.
È possibile guardare queste opere senza sentirsi chiamati in causa? La risposta è no. Perché Samba non parla solo del Congo. Parla di dinamiche globali: potere, disuguaglianza, silenzi complici. E lo fa con immagini che restano impresse, come titoli di giornale che non puoi smettere di rileggere.
Dallo spazio locale ai grandi musei: riconoscimento senza addomesticamento
Negli anni Ottanta e Novanta, l’arte di Cheri Samba inizia a circolare fuori dall’Africa. Partecipa a mostre internazionali, biennali, esposizioni museali in Europa e negli Stati Uniti. Il suo lavoro viene accolto con entusiasmo, ma anche con una certa tensione. È un’arte che non si lascia facilmente incasellare nei canoni occidentali.
Le istituzioni che espongono Samba si trovano di fronte a una sfida: come presentare un artista che critica apertamente il colonialismo, il paternalismo e le ipocrisie globali, spesso proprio davanti a un pubblico occidentale? La risposta di Samba è sempre la stessa: non ammorbidire il messaggio. Non tradire la complessità.
Critici e curatori hanno sottolineato come la forza di Samba stia nella sua capacità di mantenere un legame profondo con il contesto locale, pur parlando a un pubblico globale. Non diventa “universale” diluendo la sua specificità, ma proprio radicalizzandola. È Kinshasa che entra nei musei, non il contrario.
Può un artista restare scomodo anche quando viene celebrato? Cheri Samba dimostra che sì, è possibile. A patto di non confondere il riconoscimento con l’addomesticamento.
L’eredità di un artista che non addolcisce la realtà
Oggi, Cheri Samba è considerato una figura chiave dell’arte contemporanea africana. Ma parlare di “eredità” non significa chiudere un capitolo. La sua influenza è viva, soprattutto tra le nuove generazioni di artisti africani che vedono in lui un modello di indipendenza intellettuale e coraggio espressivo.
Samba ha aperto una strada: quella di un’arte che non chiede legittimazione esterna, che non si piega alle aspettative esotiche, che non teme di essere didascalica se necessario. In un’epoca in cui l’ambiguità è spesso celebrata come segno di sofisticazione, lui rivendica la chiarezza come atto rivoluzionario.
La sua opera ci ricorda che l’arte può essere un luogo di confronto diretto, di disagio produttivo, di verità scomode. Non offre soluzioni, ma pone domande che restano sospese. Domande che riguardano l’Africa, certo, ma anche l’Europa, l’Occidente, chi guarda e chi viene guardato.
Forse è questo il vero lascito di Cheri Samba: averci insegnato che il colore può essere una forma di pensiero, e che un quadro può parlare più forte di mille discorsi.



