Dietro lo splendore delle mostre si nasconde un costo invisibile per il pianeta: l’Art Sustainability Officer entra in scena per scardinare abitudini, contraddizioni e ipocrisie del sistema dell’arte. Una figura scomoda ma necessaria, che trasforma l’etica in azione concreta e mette l’impatto ambientale al centro delle decisioni culturali
Le opere brillano sotto luci perfette, i vernissage scorrono come rituali millimetrici, ma dietro le quinte qualcosa scricchiola. Trasporti intercontinentali, materiali tossici, allestimenti effimeri destinati alla discarica: l’arte, che ama raccontarsi come coscienza critica del mondo, spesso lascia un’ombra pesante sul pianeta. È qui che entra in scena una figura nuova, scomoda, necessaria. L’Art Sustainability Officer non è un accessorio etico, ma un terremoto silenzioso.
Chi decide come e quanto un’opera può viaggiare? Chi mette in discussione l’uso di materiali non riciclabili quando l’artista li considera essenziali? Chi ha il coraggio di dire no a una tradizione secolare in nome di una responsabilità futura?
- La nascita di una figura radicale
- Il potere invisibile nelle istituzioni culturali
- Artisti, alleati o avversari?
- Il pubblico come coscienza collettiva
- Contrasti, limiti e accuse di ipocrisia
- Ciò che resterà
La nascita di una figura radicale
L’Art Sustainability Officer non nasce in un ufficio, ma in una crisi. Nasce quando musei e fondazioni iniziano a rendersi conto che non basta programmare mostre sull’ecologia se l’impronta ambientale delle proprie attività racconta un’altra storia. Nasce quando l’arte smette di limitarsi a rappresentare il mondo e inizia a interrogarsi su come lo attraversa.
Questa figura prende forma tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del nuovo millennio, in parallelo con l’urgenza climatica globale. Le istituzioni culturali più attente comprendono che la sostenibilità non è un tema curatoriale, ma una struttura portante. Non riguarda solo cosa viene esposto, ma come, dove e con quali conseguenze.
L’Art Sustainability Officer si muove tra dipartimenti che raramente dialogavano: curatela, conservazione, logistica, educazione. È una figura ibrida, spesso guardata con sospetto, perché rompe la catena decisionale tradizionale. Non propone semplici linee guida, ma mette in discussione abitudini radicate.
In questo senso, il suo ruolo è profondamente politico. Non nel senso partitico del termine, ma come atto di ridefinizione del potere all’interno del sistema dell’arte. Chi decide cosa è necessario e cosa è superfluo? Chi stabilisce il confine tra libertà artistica e responsabilità collettiva?
Il potere invisibile nelle istituzioni culturali
Nei grandi musei internazionali, la sostenibilità è ormai parte del linguaggio ufficiale. Ma trasformare le parole in pratiche richiede una regia costante. L’Art Sustainability Officer lavora nell’ombra, negoziando con architetti, tecnici, curatori e direttori, spesso in condizioni di tensione permanente.
Un esempio emblematico è il lavoro portato avanti da istituzioni come il Tate, che ha integrato obiettivi ambientali nelle proprie strategie operative. Qui la sostenibilità non è una campagna temporanea, ma un processo che coinvolge l’intera macchina museale, dall’energia utilizzata alla progettazione degli allestimenti.
Il potere dell’Art Sustainability Officer non è autoritario, ma persuasivo. Si fonda sulla capacità di dimostrare che un approccio etico non impoverisce l’esperienza artistica, ma la arricchisce. Ridurre l’impatto ambientale non significa rinunciare alla qualità, bensì ripensarla.
Eppure, ogni scelta comporta un attrito. Ogni materiale alternativo, ogni trasporto evitato, ogni riuso creativo mette alla prova l’idea stessa di eccellenza museale. È qui che il ruolo diventa realmente incisivo: quando costringe l’istituzione a ridefinire i propri standard.
Artisti, alleati o avversari?
Il rapporto tra Art Sustainability Officer e artisti è uno dei nodi più delicati. L’artista rivendica, legittimamente, la libertà assoluta del gesto creativo. Ma cosa accade quando quella libertà entra in conflitto con un principio di responsabilità condivisa?
Alcuni artisti vedono in questa figura un alleato naturale. Utilizzano materiali di recupero, lavorano con processi a basso impatto, trasformano la sostenibilità in linguaggio poetico. In questi casi, il dialogo è fertile, quasi euforico. L’Art Sustainability Officer diventa un complice, un facilitatore.
Altri, invece, percepiscono un rischio di censura indiretta. Temono che la sostenibilità diventi una nuova morale, un filtro che condiziona la forma dell’opera. La domanda, allora, si fa tagliente.
La responsabilità può diventare un limite alla creazione?
La risposta non è univoca. Dipende dalla capacità di trasformare il vincolo in stimolo. Quando il confronto è autentico, nascono soluzioni impreviste: opere modulari, materiali innovativi, allestimenti che vivono oltre la durata della mostra. In questi casi, la sostenibilità non spegne il gesto artistico, lo moltiplica.
Il pubblico come coscienza collettiva
Il pubblico non è più un osservatore passivo. È informato, critico, spesso più consapevole delle istituzioni stesse. Chiede coerenza. Chiede che l’etica dichiarata si rifletta nelle pratiche reali. In questo contesto, l’Art Sustainability Officer diventa anche un interprete delle aspettative sociali.
Quando un museo comunica le proprie scelte sostenibili, non sta semplicemente informando: sta educando. Mostra che l’arte può essere un laboratorio di possibilità, un luogo in cui immaginare modelli alternativi di convivenza con il pianeta.
Il pubblico coglie i dettagli. Nota se un allestimento è pensato per essere riutilizzato. Si interroga sull’origine dei materiali. Legge le didascalie non solo per comprendere l’opera, ma il contesto in cui esiste. In questo sguardo attento, l’Art Sustainability Officer trova la propria legittimazione.
Ma esiste anche il rischio opposto: che la sostenibilità diventi una scenografia morale, un’estetica rassicurante che non cambia nulla. È qui che il pubblico può diventare implacabile, smascherando le incoerenze e chiedendo un impegno reale.
Contrasti, limiti e accuse di ipocrisia
Nessun cambiamento profondo avviene senza resistenze. L’Art Sustainability Officer è spesso accusato di greenwashing istituzionale, di essere una foglia di fico che copre pratiche contraddittorie. Le critiche non sono sempre infondate.
Esistono limiti strutturali difficili da superare: edifici storici energivori, collezioni che richiedono condizioni climatiche rigide, opere fragili che non possono viaggiare diversamente. In questi casi, la sostenibilità è una negoziazione continua, fatta di compromessi imperfetti.
Alcuni critici sostengono che l’arte, per sua natura, debba essere eccessiva, dispendiosa, persino inutile. Che chiedere all’arte di essere sostenibile significhi addomesticarla. Ma questa visione ignora un punto fondamentale: l’eccesso non è più neutro in un mondo in crisi.
La vera ipocrisia non è tentare di cambiare, ma fingere che nulla debba essere messo in discussione. L’Art Sustainability Officer, con tutti i suoi limiti, rappresenta almeno il tentativo di allineare l’etica dichiarata con le pratiche quotidiane.
Ciò che resterà
Forse tra qualche decennio questa figura non avrà più bisogno di un nome specifico. Forse la sostenibilità sarà talmente integrata nel sistema dell’arte da diventare invisibile, come l’elettricità o la sicurezza. Ma oggi, nel pieno della transizione, l’Art Sustainability Officer è un segnale.
È il segnale che l’arte ha smesso di guardarsi allo specchio e ha iniziato a guardare fuori, verso le conseguenze delle proprie azioni. È la prova che l’etica non è un ornamento, ma una forza strutturale capace di ridefinire le priorità.
In un’epoca in cui tutto sembra accelerare verso il collasso, questa figura lavora sul tempo lungo. Pensa a ciò che resta dopo la chiusura di una mostra, dopo lo smontaggio di un padiglione, dopo l’eco di un’inaugurazione. Pensa alle tracce invisibili.
E forse è proprio qui che risiede il suo lascito più potente: ricordare all’arte che il suo impatto non si misura solo in emozioni, ma anche nelle impronte che lascia sul mondo che pretende di interpretare.



